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Badanti a Como: alcune testimonianze sulla relazione tra benessere psicofisico e lavoro

Si è raccolto un cospicuo numero di interviste effettuate ad alcune badanti conviventi e badanti ad ore circa il rapporto che intercorre tra il benessere psicofisico della badante ed il lavoro di badante e quanto, questo lavoro, incida sulla vita di tutti i giorni. Ebbene le testimonianze raccolte hanno mostrato numerose informazioni interessanti.

Ecco le risposte di Anastasia, ucraina: “Sì, un po’ di stress, a dire la verità, ma per fortuna la famiglia pensava a me, allora questi problemi li ho sempre risolti […] Avevo un po’ di stress perché la notte non dormivo, per le persone che dovevo assistere, ma era tutto risolto”.

Natascia, moldava: “Ci sono quelle di noi che gli viene la pressione alta improvvisamente, senza un motivo”. Shanika, cingalese: “Avevo la pressione alta, stanchezza…Marika, moldava:[…] nessuno ti chiede quello che pensi tu, non dico tutto, ma neanche un po’, così non si fa, siamo anche noi gente che prima o poi… me ne vado anch’io con la testa, vado a casa al manicomio”.

Mirela, rumena: “[…] ho quest’ansia, devo stare tutto il giorno qua, 24 ore su 24. E chi ci sta qua tutto questo tempo con una signora? […] Senti quest’ansia, questa responsabilità su di te, sempre. Carmen, peruviana, sembra aver trovato una soluzione al suo stato di stress: mia sorella mi dice “Vieni a casa sabato e domenica”, “Io non posso venire a casa, sono chiusa, vado in un’altra casa chiusa, mi sento male! Lasciami andare fuori! Lasciami respirare, devo andare in un altro posto!”.

Per Liliana, moldava, l’innalzamento di pressione e l’ulcera sono invece dovuti ad una condizione particolare, il fatto di essere appena stata buttata fuori di casa dall’anziana che assisteva. Anche per Shashila, cingalese, lo stress e il disagio sono causati da una precedente situazione lavorativa negativa: “sentivo stress, ero tanto stanca, stare sveglia la notte e poi non dormivo di giorno, e poi ero nervosa, alla fine ho detto “Vado a casa mia, qui non torno più”.

Esiste quindi una reale difficoltà a reggere fisicamente un lavoro di assistenza continuativa soprattutto se le condizioni di salute dell’anziano sono precarie; se la condizione di stress è prolungata nel tempo e complicata da una difficoltà a vivere all’interno del contesto familiare, possono insorgere disagi a livello psicologico, che, oltre a rendere negativa la singola esperienza lavorativa, possono compromettere la riuscita del progetto migratorio, causando danni talvolta irreparabili alla persona. Quindi sarebbe importante che ai primi sintomi di sofferenza la persona chiedesse aiuto; questo però nella maggior parte dei casi non avviene, come ci riferisce il dottor Piazza, psichiatra noto in queste analisi, il quale parla di diffidenza da parte degli stranieri nei confronti delle istituzioni preposte all’attività di cura e di un problema di accesso alle stesse per motivi culturali, linguistici, di discriminazione.

Non bisogna però dimenticare che situazioni di disagio psichico manifestate nel nostro Paese, ad esempio in seguito ad un’esperienza lavorativa negativa, slatentizzano spesso forme di sofferenza e disturbi preesistenti, sorti nel Paese d’origine, che l’esperienza migratoria esaspera. Significativa è la risposta di Constance, marocchina, all’affermazione: “Ci sono anche quelli che vengono qui e si sentono sradicati…”.

Durante le interviste è emersa l’esistenza di problemi in patria, basti pensare ai problemi economici, che hanno spinto la maggior parte di queste donne a lasciare le loro case, ma ve ne sono anche altri, che se non incidono drasticamente sull’esperienza migratoria, sono un’ombra sempre presente sulle loro esistenze, soprattutto delle madri di famiglia, come Ghita, cingalese: “I miei figli (dopo la morte del marito) sarebbero poi rimasti soli, così io sono andata (a casa) nel 2000 e mia figlia si è subito sposata”; Luana, ucraina : “Mio figlio studia e deve fare tre operazioni all’orecchio”.

Insomma, anche già da questo breve excursus possiamo ben comprendere come la vita della badante non si limiti al suo operare all’interno di una casa, bensì abbia qualcosa di più ampio a cui doversi e potersi riferire: il rapporto con i figli, con la propria famiglia, con la propria psiche: le badanti non sono ‘macchine’, ma essere umani come chiunque ed assillati dai problemi di chiunque, più di quanto si possa immaginare.

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